2020

vogliamo quello. lo vogliamo subito. deve essere pronto. portato davanti alla nostra porta di casa. deve essercene sempre. deve costare poco. quanto? come? non importa. però vogliamo un lavoro. garantito. pagato. datoci. da chi? da qualcuno. il modo c’è. è un diritto. voglio contrattare il dovere. voglio che tu sappia che se ci fermiamo, ogni cosa smetterà di arrivare alla tua porta.

vogliamo esserci. piacere. agli altri. gli altri però esagerano. vogliono esserci un po’ troppo. vogliono piacere un po’ troppo.

voglio insegnarti come si fa. come si scrive. cosa non si dice. a non essere debole. se essere debole non fa notizia.

voglio farvi ridere ma solo con sagacia. solo se autorizzato. no, dai non può piacerti davvero, quella è proprio una cazzata. non voglio essere giudicato. voglio parlare liberamente di tutto quello che non va in lui/lei/egli.

voglio sentirmi. dormire. scegliere di ignorare tutto questo. smettere di aprire scatole di medicine.

vorrei non dover sapere ogni cosa. vorrei che il silenzio non fosse un’uscita forzata. vorrei fosse un rifugio. che non fosse una protezione. vorrei fosse una scelta.

voglio che apri gli occhi. voglio che vedi che siamo solo persone non contenitori. non entra tutto quello che vorresti buttare dentro. non c’è spazio. siamo pieni. tutti.

vorrei che raccontarsi fosse capirsi, non investirsi. altrimenti non ce la faremo.

vorrei non avere paura. voglio distribuire qualche risposta.

vogliamo leggere. annusare. stringere. vorrei non dimenticare.

forse vogliamo troppo? forse non avremo pace. solo troppe correzioni.

La voce a te dovuta

aspetto, passano i treni, il caso, gli sguardi.
ma io non voglio i cieli nuovi.
voglio stare dove sono già stato.
con te, tornare. Quale immensa novità tornare ancora,
ripetere, mai uguale, quello stupore infinito!
e finché tu non verrai, io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni, delle scie.
immobile.

Salinas

settembrare

settembre è un mese sfortunato. è un po’ come il lunedì. non porta mai buone sensazioni. non è colpa sua. lui ci prova a farsi voler bene con la sua natura morbida e i suoi ritorni. non esagera mai.
però con le sue armi caricate a salve non può vincere le percezioni e i fastidi. appena ti volti vedi ancora il mare e senti i profumi di una parentesi. nella mente settembre non apre ma chiude innumerevoli possibilità, fino a ricondurre ad ogni debolezza. in fondo settembre non è altro che uno specchio. negli anni ho imparato a non lasciarmi fregare, ad agosto non mi riprometto più nulla, tanto lo so che ottobre, poi, sarà inevitabile. non farò altro che riprendere da dove lasciato senza alcun fantasioso progetto. il mondo è quello che è, non cambierà grazie al vento tempestoso dei buoni propositi. tanto vale dare una pacca sulle spalle al povero settembre, offrirgli una birra e cercare di fargli capire che non è colpa sua. è agosto che è un gran bastardo.

writing

se c’è una cosa che so fare bene è invidiare. non è facile. non è per tutti perché io so invidiare con eleganza e stile. mi spiego. la mia invidia è con-fondibile con l’ammirazione. mi rispiego. mi capita di restare tanto affascinato da alcune capacità da desiderare di padroneggiarle. mi sono spiegato. credo.

una delle abilità che invidio maggiormente è – rullo di tamburi – il saper scrivere. saper scrivere un libro, non uno status su facebook o un refrain da calamita da frigo. mi prende un forte senso di vertigine solo immaginare la costruzione di una storia da tradurre in parole che diventino pagine. mi riesce difficile capire come si possa dare forma ai personaggi e alle loro relazioni, come dargli sostanza e coerenza, trasformandoli da idea a immagine rappresentata. infine la trama. ragazzi la trama che si sviluppa in mezzo e per mano dei personaggi. tu, autore, puoi anche averla in testa ma stirarla lungo tutta una storia rispettando i tempi dei capitoli è un’altra cosa.

chi scrive va ringraziato, per il lavoro enorme, difficile e per la responsabilità che si prende verso se’ stesso.

black jack

uno dei miei sogni di adolescente era di diventare ricco con una mano di black jack al cesar palace. secondo solo a fare il benzinaio. perché il black jack e non un biglietto di una lotteria? be’ intanto perché è una storia molto più interessante da raccontare poi perché, dai, almeno un po’ di impegno mettiamocelo:

  1. andare al casinò
  2. simulare con dress code e atteggiamento giusto di sapere cosa si stia facendo.
  3. bere cocktail

crescendo ho scoperto che non era un’aspirazione così originale. anzi. la botta di culo che risolve i problemi materiali di una vita, è il desiderio che accompagna molti. in fondo il gioco d’azzardo non è altro che la rappresentazione adrenalinica, iperconcentrata, del destino dell’essere umano. è tutta una questione di fondoschiena, di coincidenze, attimi e ripercussioni spesso – magari non sempre – ingovernabili. non è così? è difficile convincersi del contrario quando vedi diventare decisore delle sorti di una nazione chi, fino a qualche anno prima, sapeva a malapena tenere il conto delle bibite vendute allo stadio. come te la puoi spiegare una cosa del genere? come puoi convivere con una distonia così enorme tra il mazzo che ti sei fatto, nei primi 40 anni della tua vita, e il potere decisionale che si trova tra le mani un uomo flaccido in costume mentre fa il dj, smartphone in mano, facendosi dei selfie? non c’è alcun nesso logico tra ciò che hai imparato sottolineando libri e prendendo appunti, correndo per arrivare puntuale ai tuoi colloqui, lavorando per una paga ridicola con un contratto trappola, e lo spettacolo squallido dell’esaltazione dell’incompetenza che va in onda sulle reti nazionali da mesi. non esiste alcuna spiegazione plausibile se non quella del caos, del caso, della sorte, delle botte di culo diventate paradigma a cui aspirare per davvero, non più illusioni. si perché io avevo quel sogno ma sapevo benissimo quale fosse il suo perimetro e quale fosse la sua sostanza.

a distanza di anni posso darmi del coglione.

quelli che vedete oggi decidere per tutti sono una “mano” perfetta, un bluff riuscito, un tiro che ha sbancato, la realizzazione dell’inconsistenza.

e noi eravamo lì. come loro. abbiamo giocato. abbiamo perso.

capita.

aspettiamo – con ansia – la rivincita.

too old to die young

nel 2019 non è difficile trovare una serie tv da vedere. c’è un’offerta enorme, con produzioni che hanno superato a destra quelle cinematografiche, per investimenti e quindi per cast, registi e produttori. però, fino ad oggi, non si era ancora vista una serie come too old to die young (per comodità totdy) di nicolas winding refn. vi evito la sinossi e vi linko il trailer.

è difficile parlare di totdy perché il senso di tutta la serie sta nel ritmo esasperatamente lento e nel come i vuoti – totali – di azione, di fatti, di accadimenti, siano stati riempiti da refn. non ho mai avuto nessun problema con la lentezza nel cinema, semmai ho mal sopportato il vuoto. refn è riuscito in un’impresa, a mio parere straordinaria, ovvero ridefinire l’idea del ritmo, trasformandolo in qualcosa che non riguarda più il fare ma l’osservare. ogni singolo fotogramma diventa un quadro e ogni episodio è una mostra d’arte in sequenza, il cui insieme forma una narrazione elegante e urticante. nella mia testa solo un genio è in grado di riuscire a pensare qualcosa di simile.

la serie è popolata da personaggi assurdi e situazioni prive di logica che diventano coerenti nell’universo capovolto dipinto da refn.

totdy è una serie che sconsiglio vivamente. lo dico con convinzione. è scomoda e fastidiosa seppur bellissima. è pensata per poche persone – non migliori e evolute o peggiori e stupide – semplicemente si incastra coi gusti di una manciata di individui. ecco perché i complimenti più grandi vanno fatti ad amazon, che ha lasciato libertà totale a refn investendo soldi, non credo pochi, su un prodotto che non verrà ben assorbito dalla popolazione degli abbonati. c’è voluto coraggio ed era giusto renderne merito.

okkupazione

sono giorni di relativa tranquillità a lavoro. ho una scadenza di enorme importanza da seguire ma tutto il resto procede lentamente. così mi ritrovo in una zona emotiva unica di ansia e noia.

avrei tempo per scrivere ma la verità è che non sono più cosa. sono giorni che sto ripensando a quale sia il mio ruolo nelle vite degli altri. non c’è dubbio che l’esperienza online abbia modificato tantissimo il mio modo di relazionarmi. è stata una scuola dura – forse troppo (credo che questa percezione non sia univoca, anzi possa cambiare molto a seconda di come ci si sia arrivati, anni fa, in rete). certo nel frattempo sono anche trascorsi anni e la famiglia, le esperienze, il lavoro, insomma quella cosa chiamata vita ha formato e trasformato tutti noi. è difficile ri-conoscersi in quello che si è diventati rispetto a come ci sentivamo 18/19 anni fa e come ci immaginavamo allora. non parlo di risultati ottenuti ma di come siamo visti.

ma se è vero che gli altri sono uno specchio nel quale ci riflettiamo e ci percepiamo, credo sia importante capire chi vorremmo essere per loro. per noi.

ancora non lo so.

so però chi – non – voglio essere per gli altri e cioè chi dice “sai quella cosa che a te piace tanto, ecco guarda bene che fa schifo. capra.” – possiamo avere gusti diversi ma perché venire a portare negatività in un momento di felicità? qual è la soddisfazione?

qualcuno potrebbe sostenere che quella frase, faccia parte del confronto e che la condivisione, oggi, debba essere completamente aperta alla discussione. questa convinzione è una tesi che mi tormenta, ovvero di chi sia la proprietà di ciò che si esterna – pubblica on line. chi ha dei diritti su quello che viene scritto? l’autore o i suoi amici/lettori? è giusto che una conversazione venga presa in ostaggio, dirottata da altri? esiste un confine tra la totale apertura e la mancanza di rispetto? può chi non è l’autore arrogarsi dei diritti diventando autore anch’esso?

secondo me l’assottigliarsi di questi confini e la pretesa di poter legittimamente occupare uno spazio, sono semi, gettati da tempo che oggi stanno dando frutti amari. sembra essere un flusso irreversibile. non so come vada combattuto, so però di non voler far parte di chi invade, di chi non tiene conto del contesto e del momento. di chi pur di affermarsi non rispetta i luoghi, sconfinando, dimenticando la sacralità dell’altro. questo vuol dire accettare il silenzio e devo ammettere che per me non è mai stato un problema.

(nota a margine, l’altro in cui esistiamo non è un passante o il primo che si incontri.)