#tototool

trascorsi 13 anni, il 2019 sarà l’anno buono per il nuovo disco.

mi gioco le mie due date.

se ci stanno trollando da anni: 1 aprile

se saranno infami fino in fondo: 1 giugno

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Frammenti

ci sono piccoli universi dove succedono cose. per chi si trova dentro quella bolla, la cosa che accade diventa un fenomeno importante, un argomento di discussione, rilevante come invece in realtà non è. nella mia, di bolla, è in corso un’improvvisa new wave del blogging ridotta ad un decina di nostalgici, facciamo una ventina, volendo seguire le ramificazioni più sottili, includendo anche gli amici degli amici. eppure lo stesso fatto di vedere ritornare in “auge” quei vecchi contenitori è stato motivo di discussione appassionata dentro la bolla, in particolare su facebook. ci si è divisi tra “ma che davero? allora mandame ‘n fax invece de scriveme su telegram” e “non capite, il nostro è il sacro culto dell’utilizzo della parola, dello spazio e del tempo”, con in mezzo varianti di buon e cattivo senso.

tra le tante frasi scritte e i molti concetti tirati in ballo uno mi è rimasto in testa ed è la frammentazione (grazie jacopo).

spesso succede che alcune parole ti facciano riflettere più di altre, ti entrino in testa iniziando un lavoro ai fianchi in certi momenti silenzioso, in altri meno ma continuo.

in passato, diciamo fino a ieri, mi è capitato di avere voglia di fare qualcosa, chiamiamola un’idea, volendo essere generosi un progetto, cominciare e poi abbandonare la nave nel mezzo della rotta o dopo pochi chilometri, appena salpata. è diventata una prassi non voluta, che ho vissuto male, ogni volta un po’ di più, fino a smettere di assecondare quelle idee (le definisco impropriamente così ma non mi vengono in mente altri termini).

nel momento in cui mi sono imbattuto nella parola frammentazioni si è un po’ spostata la prospettiva ed è stata una benedizione, perché bisogna essere un po’ indulgenti con sé stessi, non solo autocritici.  
il buon proposito del 2019 sarà frammentarsi. senza pietà. senza aspettative. senza pensieri. il progetto – e in quanto tale forse terminerà presto esso stesso – del nuovo anno è quello di rompersi in tante parti quante saranno le cose che mi verrà voglia di fare e non importa se mi lascerò dietro una distesa (famo una mattonella va) di cadaveri o di occasioni monche, non è rilevante. ciò che conta, per me oggi, è provare, stapparsi di dosso l’ansia preventiva della conclusione non conclusione.

Hatred

I taste your blood as it showers from my blade
I eat your heart, from evil it was made
With heart filled hatred black blood runs through my veins.
I take your powers to the ancient ones who reign
I conquer evil, let evil know my name
Come forth ye wicked, know the gruesome pain
I am the omen, the one that cannot die
I am the flame, hatred burns inside.
My strength is hatred, torment and pain, HATRED, HATRED
With heart filled hatred black blood runs through my veins.
I crush your bones, I kill your face
I rip your flesh, I end the chase
You meet with terror, you draw the ace
I rule the world the rats that race.
My strength is hatred, torment and pain, HATRED, HATRED
With heart filled hatred black blood runs through my veins.

forse non tutti sanno che prendere un’autostrada contromano e l’immaginare, il sognare, di essere odiati hanno due elementi in comune:

  1. l’ignoranza, intesa come assoluta inconsapevolezza.
  2. l’arroganza.

ignorare, non conoscere, non avere riferimenti, non sapere molto del contesto intorno porta a commettere leggerezze, errori grossolani ma anche grandi minchiate. così ad un certo punto ti vedi venire contro decine di macchine che se ne vanno per la loro strada, qualcuna a bassa velocità, altre tagliando l’aria in due. in quel momento tu non hai, o almeno non dovresti avere, molte scelte ma solo una: levarti velocemente dal cazzo, accostare, prendere fiato, ringraziare il fato o chi per lui e invertire il senso di marcia. se, invece, nella tua testa si affacciano altre opzioni, tipo alzare il pugno al cielo e inveire contro l’universo be’, non è certo colpa della stragrande maggioranza del mondo. no. a volte le soluzioni sono semplici e a portata di mano. stai facendo una cazzata, riconoscere la situazione ti salverà la vita. forse non solo la tua.

andare contromano sui fatti della vita, alcune volte riguarda il cosa ma spesso attiene al come. confondere i due ambiti è un bel casino, ti porta a vedere fantasmi in giro, ti conduce in un limbo circondato da pensieri forse veri, forse falsi. non avrai più le basi per decifrare i pensieri altrui, non perché sei una sesquipedale testa di cazzo ma perché nella vita succede di mancare il bersaglio, di dimenticare gli occhiali a casa, di tamponare, di rompere un piatto, di non capire un cazzo di quello che succede. solo a chi non fa nulla non capita. in questa fase di incomprensione, di disorientamento, spesso si innesta l’arroganza di riempire quel vuoto interpretativo con un ingrediente sempre a disposizione l’odio. l’odio è un sentimento forte, impegnativo al pari dell’amore o della felicità. per pensare di essere odiati dovete avere dei solidi elementi di prova, delle certezze perché altrimenti siete solo arroganti, vi appropriate con prepotenza di qualcosa che non esiste. perché come è probabile che al mondo solo un paio di persone vi ameranno, è altrettanto vero che, se non siete bolsonero o trump, o moggi, solo un paio di persone vi odieranno. la stragrande maggioranza del mondo proverà per voi un sentimento che si trova all’interno di una scala che va dal totale disinteresse fino ad un mitigato/medio risentimento, con in mezzo tante, tantissime scelte. ma – c’è un ma – immaginare di essere odiati aiuta. soprattutto nei momenti di rottura, quando bisogna trovare appigli, allora una manica di nemici attraverso cui semplificare tutto un universo di azioni e pensieri sono un poker d’assi servito. la radicalizzazione delle posizioni è un combustibile eccezionale, un’irrigazione continua dei sussurri che sbocciano e crescono fino a diventare cori celestiali. peccato però che poco, forse nulla, di quell’odio esista nella realtà.

forma e sostanza

Il 2018 è stato l’anno in cui mi sono rimesso in forma. E’ un ricordo che potrebbe sembrare troppo pragmatico, addirittura prosaico, per cristallizzare un intero anno di avvenimenti ma in realtà ci sono molte cose dentro, tanti significati.

ho iniziato ad allenarmi a febbraio dopo quasi 3 anni di totale inattività. si era rotto qualcosa dentro, a livello mentale. negli anni precedenti avevo sempre mantenuto un buon livello di attività fisica, ero arrivato a pagare un personal trainer oltre all’abbonamento della palestra. ero costante, mi impegnavo come avevo sempre fatto, senza avere alcun obiettivo specifico, mi bastava agire. era il mio modo per staccare brutalmente dalle ore lavorative e scaricare le energie negative. la via per liberare l’organismo dalle ore stressanti trascorse seduto sulla sedia davanti allo schermo.

Ad un certo punto il meccanismo, per qualche ragione, si è inceppato. non c’era verso, né modo di riparare e ripartire. se la testa non accende l’interruttore, la forza di volontà va in crisi e con lei il fisico, che smette di reagire al pungolo dei buoni propositi. non c’è stato nulla da fare, per tre anni non ho mosso un muscolo se non per necessità di movimento. era come stare dentro una bolla, una campana impenetrabile dall’esterno e senza vie d’uscita. più sentivo che non aveva senso quel rigetto, più il rigetto si fortificava, forte di una cocciutaggine priva di qualsiasi logica (credo che questo modo di perseverare nelle azioni imperfette, se non sbagliate, dica molto, ma vabbè). il risultato è stato che nel corso dei 3 anni sono aumentato di peso, mettendo su grasso, ed era così ovvio che accadesse che l’ho accettato e basta. ho spostato le magliette che non mi andavano più sul fondo del cassetto, sotterrato i jeans che man a mano diventavano stretti e ho iniziato semplicemente a comprare tutto una taglia in più, quando non due. la mia reazione è stata tanto pratica quanto distaccata, come se in fondo non mi riguardasse, come se non fosse un mio problema.

a fine dicembre ‘17 e a gennaio, dopo gli ennesimi pranzi e cene natalizie, una mattina tornando da una spesa mi sono accorto che faticavo troppo nel salire due piani di scale. in quel momento i fili si sono ricollegati, il meccanismo si è riacceso e la luce è tornata a illuminare le zone d’ombra che nascondevano brutalmente la consapevolezza. inoltre vedevo che dentro casa c’era chi si allenava e si faceva un mazzo tanto per prendersi cura di sé, motivando gli altri e motivandosi giorno per giorno (ci aveva provato anche con me ma, come già detto, avevo addosso un giubbotto antiproiettili imperforabile) e quella è stata la spinta finale, si poteva e si doveva ripartire.  

da febbraio ad oggi mi sono allenato con una continuità marziale, al netto delle malattie e delle vacanze o dei piccoli infortuni, non mi sono mai fermato. ho collezionato 28 settimane da 4 giorni l’una di training (non mi andava di ripetere allenamento, anche se l’ho appena fatto). oggi riesco a completare serie di esercizi di cui i primi giorni riuscivo a malapena ad eseguire le versioni semplificate. ieri ho fatto 100 burpees, il giorno prima altri 100 a febbraio ‘17 riuscivo a fare delle flessioni solo appoggiandomi sulle ginocchia. (tanto era il distacco nella fase di down quanta è la fiducia ora. mi viene da pensare di essere bipolare sui lunghi periodi, perciò spero questa fase di grande convinzione duri ancora a lungo). oggi ho raggiunto un peso forma mai visto sulla bilancia prima. attenzione non sono diventato ciò che non sono, né mai lo diventerò e credetemi nemmeno mi interessa. non ho tartarughe ma un confortevole strato riscaldante di carne, non ho i muscoli di triple h e non ho un’ora di scatti alla carl lewis nelle gambe ma:

  • ho rimesso al loro posto le magliette che avevo nascosto;
  • ripreso i vecchi jeans abbandonati;  
  • sono tornato a comprare le taglie giuste;
  • mi sento bene

il senso di questo post sta tutto nell’ultimo punto “mi sento bene”. questo viaggio partito lo scorso febbraio l’ho fatto col silenziatore, senza condividerlo (a parte qualche imprecazione post workout su facebook) un po’ perché sono fatto così, un po’ perché sono pieno di progetti e “cose” iniziate e mollate a metà ma soprattutto perché lo volevo sentire tutto ed era fondamentale capirlo per comprendermi. sapevo che sarebbero arrivate le difficoltà, le incertezze e volevo essere concentrato solo ed esclusivamente sulle reazioni. ora però è iniziato un nuovo anno ed è arrivato il momento di raccontare questa prima tappa scrivendo qua, anche a mia futura memoria, che bisogna solo ripartire, bastano 30 minuti a casa, non serve nulla di più. il resto arriva ed è tutto carburante, smette di essere una prosaica e pragmatica questione di muscoli, fiato e movimento per diventare un appuntamento con sé stessi, con il farcela e con la consapevolezza che siamo una forma e una sostanza che possono cambiare. possiamo davvero. ma non gratis.

daredevil 3 (spoiler? forse)

la terza stagione di daredevil secondo me è il miglior prodotto marvel uscito su netflix. non c’è storia con il resto, se la gioca per un po’ con the punisher ma poi lo stacca. 1) è scritta bene, laddove stagione 1 e 2 avevano mostrato debolezza, cioè la tenuta narrativa lungo i 13 episodi, perdendo credibilità o interesse qua e là, la 3 mostra la sua forza. ogni singolo momento è incastrato bene nel susseguirsi degli eventi e la serie vola via che è un piacere. i personaggi si sviluppano in maniera coerente ai fatti, si pongono domande giuste e cercano risposte, affamati e questo riempie tutta la serie. 2) il ritorno di wilson fisk. quanto era mancato e questo al netto dell’insopportabilità di sentirgli pronunciare un quantitativo smisurato di volte “vanessa”. vincent d’onofrio è uno straordinario fisk, ne interpreta benissimo la lucidità e la follia. il villain che ne viene fuori è sopra le righe, al pari e più del kilgrave di tennant (giusto per far capire di cosa stiamo parlando). 3) il viaggio nel baratro mentale di dex poindexter. oh secondo me funziona bene. restano un po’ un mistero quelle capacità fisiche quando mena. ti dicono questo è forte quanto e più di daredevil perché? boh forse perché ha avuto un’infanzia difficile. è un po’ scarsa come contestualizzazione, è vero che non tutto deve essere spiegato ma non parliamo di un dettaglio da poco. comunque dex fa molto bene la sua parte, fino alla fine. 4) tutti gli attori sono di buon livello. per fortuna la serie termina perché l’unica mia paura era il carriemathisonizzarsi di karen page. deborah ann woll è brava ma ricorre la tendenza a farla vivere sempre nello stesso stato d’animo con le stesse mimiche facciali. ho apprezzato non poco, infatti, l’escursione temporale che la piazza in uno scenario diverso in un tempo diverso. 5) matt murdock / daredevil è una sicurezza è l’eroe giusto, costantemente in bilico tra certezze e dubbi, ricordi e fede religiosa, tra rancore e perdono. il miracolo riesce ancora e – incredibilmente – non suona ripetitivo pur ritrovandosi in situazioni sempre simili. scongiurare la noia non è cosa facile, senza contare il pericolo della banalità. charlie cox si prende il suo 7. 6) la regia fa un lavoro notevole, i piani sequenza durante le mazzate continuano a essere perfetti. riescono a centrarti dentro l’azione, ti pare quasi di prenderle e darle e siccome gli scontri sono tutti tarati benissimo, il viverli ogni volta da quasi dentro non stufa mai. i colori della notte e del giorno contribuiscono a formare una percezione della serie, sono un marchio che rende ogni scena riconoscibile. 

daredevil non è stata rinnovata su netflix, non ci sarà quindi una stagione 4 – questione di diritti – e questa sarà la fortuna della serie che verrà consegnata all’olimpo di netflix senza lasciare scelta ai produttori. deo gratias. 

once we were warriors

mi sento stanco e mi accade sempre più spesso. devi combattere per ogni cosa. per ogni singola cazzata che scrivi, che dici, che appena appena pensi c’è qualcuno pronto a rompere i coglioni. perché? perché è diventato normale fare così. imporsi a ogni latitudine, è il dogma. a me non piace farlo, se non adeguatamente motivato, se non per un valore da preservare, tra l’altro non sono nemmeno bravo farlo. ho altre capacità, so fare alcune cose ma tra queste non c’è la prevaricazione. seguo una linea, vado per quella strada dritto ma non tenterò mai di portarci qualcuno con la forza, magari lo convincerò. forse no perché qualcun altro urlerà di più. se il terreno è questo come fai a evitarlo? non ci riesco infatti e la gastrite è il primo dei risultati, il mal di testa il secondo, la sensazione di essere nel posto sbagliato la terza. per fortuna poi c’è casa. per fortuna ci sono gli amici e mi dispiace quando li vedo urlare e fare quello che, in fondo, non mi piace ma so di essere fuori dal tempo e dallo spazio, come
Hiroo Onoda. sono ancora giovane, più o meno, qualcosa imparerò ma non abbiate troppa fede. 

slayer – final tour – 20/11/2018

il concerto di assago è stato un brutale massacro. me lo sono goduto come se avessi buttato giù nello stomaco una buona bottiglia di whisky, tutta d’un fiato.

milano è una città che funziona e andare ai concerti è un’esperienza gratificante. ti sposti facilmente e le strutture sono decenti, meglio dello schifo che si trova dentro il raccordo anulare.

siamo arrivati appena gli anthrax avevano iniziato il loro breve live e non c’è niente da fare, sono meglio dal vivo che su disco. hanno bei pezzi che suonati davanti ad una folla affamata, come quella dell’altra sera, diventano degli inni al pogo selvaggio. dopo di loro i lamb of god che si sono bravi, e sono degli ottimi musicisti, ma sono troppo vecchio per questa roba. alle mie orecchie sono stati 50 minuti monotoni. nulla da dire dal punto di vista tecnico, sono delle belve ma gli manca qualcosa. le canzoni sono un muro sonoro tutto uguale e alla lunga (si fa per dire) noioso.

puntuali, come se fossimo in svizzera, alle 21.00 si sono accese le fiamme sul palco e gli slayer hanno incendiato il forum. dal secondo anello mi sono goduto uno show eccezionale, da una parte tom araya, kerry king, bostaph e holt a macinare riff su riff, urla e ritmiche a tripla velocità, dall’altra una folla spettacolare sotto il palco. si è creata una simbiosi perfetta tra tutti gli elementi. dal primo pezzo “repentless” fino all’ultimo “angel of death” non c’è stato un attimo di tregua. avevo qualche timore sull’acustica del forum ma, al netto di una posizione molto spostata su un lato, la resa sonora è stata più che soddisfacente. gli assoli di holt sono stati chirurgici, mi ha in parte stupito sentire una tale “precisione” selvaggia dalle sue corde, forse il pregiudizio aveva un po’ influito sulle aspettative. l’ugola di tom, nonostante l’età, ha retto fino alla fine con estremo onore, qualcosa va concessa col passare della setlist ma complessivamente ha spaccato. kerry king è kerry king, un onesto lavoratore da palco. bene, benissimo bostaph che probabilmente si sarà liquefatto a fine concerto, un po’ per la devastazione che ha seminato, un po’ per la preoccupante vicinanza con le fiamme della scenografia. la gente, l’universo del metal che era davanti al palco è stato meraviglioso. il pogo è stato senza sosta, ci sono stati circle pit grossi e violenti, volava di tutto sopra le teste delle persone giacche, felpe, zaini, esseri umani – in grande quantità – ma non c’è mai stato un attimo di pericolo. è stata una costante esplosione di energia controllata. su payback si è formato il primo vero circle pit ma durante il bis, su “raining blood” e “angel of death” le dimensioni raggiunte sono state notevoli.

il flusso circolare di potenza è stato un ottimo combustibile per gli slayer che non hanno scherzato, non hanno mollato la presa mai, fino alla fine e dal commiato di tom si è percepito come tale flusso sia stato vissuto da tutti. quel “mi mancherete” finale è stato piuttosto malinconico e, a suo modo, commovente.

sento il bisogno di dire “grazie”. grazie a chi era con me, che mi ha accompagnato; grazie ai 12700 fratelli che erano presenti, è stata una nottata da ricordare anche grazie a loro e soprattutto grazie agli slayer per aver confezionato il fareweel live che avrei voluto.

 

Foto – belissime – di Francesco Prandoni