pensieri scoordinati

1)

ieri sera siamo usciti per la prima volta dopo non so quanti giorni. se andare a cena in due è stato strano ma non tanto quanto temevo, rivedere gli amici, pur a distanza di abbraccio e mascherinati, davanti ad una birra, è stato – in un modo tutto suo – emozionante. è stato, per qualche ora, tornare a parteciparsi senza filtri tecnologici. una comunione pagana in stile nordico ma con un calore mediterraneo e i colori della notte. uno strano ibrido che ci ricomprende tutti ma nuovamente, non come prima.

2)

nelle relazioni umane continuamente, ogni volta, si sceglie come si è scelti. per me è diventato importante capire il parametro e il mio è – sempre più spesso – quello dell’aggiunta. aggiungere inteso come partecipare alla vita collettiva non recitando lo stesso copione, addizionare sé. aggiungere come esserci attraverso vari strumenti, con differenti testi. aggiungere come espandere. aggiungere come esportare – raccontare – ciò che dentro i propri confini fisici, ci preme.


quella persona aggiunge qualcosa, a me o agli altri? capisce il perché condivido alcune “cose”? riesco io a capire il suo modo di interagire con la sua rete di contatti? mi ha mai portato altrove?

raccontarlo può apparire come tremendamente freddo, e forse in parte lo è, ma nel processo quotidiano di lettura, ascolto e racconto è tutto naturale, nascita e decadimento.

3)

viviamo tutti nell’inspiegabile convinzione di poter aggiustare le cose. di sapere come fare. di non ricascarci la prossima volta. con in mano il nostro bicchiere mezzo vuoto risolviamo ogni problema, a costo zero, rimandando a domani mattina.

siamo pazzi o alcolizzati mancati?

Non chiederti perchè la gente diventa pazza, chiediti perchè non lo diventa. Davanti a tutto quello che possiamo perdere in un giorno, in un istante, è meglio chiedersi che cos’è che ti fa restare in te.

[grey’s anatomy docet. non per scelta.]

letture pandemiche

sono riuscito a sfruttare parte del tempo della pandemia per: terminare/inziare/terminare/continuare alcuni libri.

1] INFINITE JEST – DAVID FOSTER WALLACE

non ho molto da aggiungere alle centinaia di cartelle scritte dai fedayn del libro. di fatto ormai sono annoverabile tra le loro fila. infinite jest va dritto nella mia top five. e si che l’avevo approcciato nel peggiore dei modi: la sfida al monolite. una battaglia persa appena dopo il primo capitolo. non c’è nulla di più sbagliato che pensare di poter abbattere quel muro di pagine a colpi di cazzotti. ho perso miseramente un sacco di tempo. poi mi sono rassegnato ed è stato in quel momento di rottura che io e la storia siamo entrati in contatto. Il resto è stato lasciarsi trasportare della corrente circolare di dfw, in un vortice che ha una fine nel suo inizio. una voragine da cui una volta fuori ti senti indifeso e incontentabile .

2] LA NOTTE PIU’ LUNGA – CONNELLY

come ogni libro di connelly la storia scorre bene, bosch fa sempre il suo dovere e reneé ballard – nuovo personaggio dell’ecosistema connelly – ne è la perfetta estensione. Spero che connelly si stia preparando al definitivo passaggio di consegne, perché bosch – dopo aver peregrinato tra varie divisioni del lapd, cambiato più partner che giacche, essere andato in pensione e tornato – è un personaggio stanco, costretto ad alzarsi la mattina e fare sempre le stesse cose. controvoglia. i libri ormai sono una zona di conforto per il lettore ma anche per l’autore, sappiamo tutti cosa aspettarci e lui cosa scrivere, il fattore ac/dc, cioè lavori godibili ma non necessari, né alternativi. ad essere onesti neanche la nuova arrivata reneé – che pare una copia al femminile di bosch – riesce a scuotere una generale sensazione di aspettative già consumante. connelly ha sfruttato bene il genere forse potrebbe permettersi di osare, tentare qualcosa di vagamente diverso.

3] IL MESSIA DI DUNE – F. HERBERT

secondo libro della saga di dune di f. herbert, e siamo ben lontani dal capolavoro assoluto del primo. la discesa è netta. l’impostazione de il messia di dune è opposta rispetto a dune. se il primo era un libro errante, di movimento, di esplorazione, di scoperta, di filosofia, di ecologismo. il secondo è un libro statico, dove il 90% del raccontato avviene in unico luogo e molto nelle teste dei personaggi. il libro mi è sembrata una nobile trappola tirata da herbert per raccontarci il suo punto di vista su alcuni temi come il governare, la democrazia, lo scorrere del tempo, l’inevitabilità della storia. il ché potrebbe anche dare bene se il tuo predecessore non fosse dune, un libro totale, e questa non fosse una saga. intendiamoci il messia di dune resta un buon libro ma se il primo è in top five, questo sta – appunto – tra i buoni libri. per cui se non avete letto nulla del ciclo di dune il mio consiglio è di recuperare il primo libro e poi fermarvi a riflettere.

4] MILANESI BRAVA GENTE – MATTEO LIUZZI E TOMMASO BERTELLI

se come me siete appassionati dei generi: poliziesco, investigativo, hard boiled dovete leggerlo. si tratta di brevi storie vere; di come la mala milanese e le forze dell’ordine hanno iniziato a fronteggiarsi nella milano del dopoguerra. sono racconti lunghi una decina/ventina di pagine, strutturati con un linguaggio diretto e leggero, un hard boiled moderno. ogni racconto fugge via rapidamente, non c’è la pesantezza della cronaca nera. si trova anche qualche personaggio ricorrente come il commissario nardone. il libro nasce come riproduzione su carta del programma che va in onda su radio popolare e la trasposizione su carta è davvero fluida, il vero punto forte del libro, perché la forma del racconto vocale si percepisce durante la lettura, e la cosa funziona. non vedo l’ora di leggere il secondo.

5] REALISMO CAPITALISTA – MARK FISHER

non riesco a trovare le parole giuste per questo libro, per cui mi affido ad altri.

versione light

versione extended

il cielo senza aerei

il lockdown è terminato dopo più di due mesi. siamo usciti da una situazione assurda, per certi versi impensabile. ricordo i primi giorni con le strade vuote, poche persone in giro a piedi, macchine delle forze dell’ordine in giro a controllare che la desertificazione fosse rispettata. poi ci siamo un po’ abituati, perché l’essere umano si adatta, così non fosse ci saremmo estinti in guerre civili.

un’immagine me la terrò come ricordo di questo pezzo di vita: il cielo senza aerei di notte. ogni sera quando portiamo i cani fuori per l’ultima passeggiata guardo verso l’alto. metà tragitto lo faccio con il collo piegato all’indietro. non so perché, in fondo non si vede poi molto, qualche nuvola, un’orsa maggiore e, prima della pandemia, una quantità senza senso di luci rosse intermittenti – si, gli aerei.

nelle ultime settimane il cielo è stato più terso che mai, spesso senza nuvole, pieno di stelle ma allo stesso tempo vuoto, terribilmente vuoto. in tutti e 70 questi giorni avrò visto 3 aerei, cioè niente. non so dirvi perché ma questa assenza l’ho notata ogni singola sera, e mi è pesata e mi è piaciuta. poi pensavo sempre ad emiliano, perché è così che va.

vittime e carnefici

Le vittime del covid sono le vittime del covid. Le vittime post covid sono vittime di un sistema che non è, non sarà, in grado di dare sostentamento al suo popolo a causa di due mesi di fermo, nemmeno totale. Quel sistema si chiama capitalismo non Italia, Svezia o Belgio. È molto facile dare la colpa al runner, a chi non indossa la mascherina, chi vuole riaprire, chi vuole chiudere, al vigile che c’è o che non c’è, al sindaco, al governatore, ai bambini. E’ fattibile perché sono persone e sono alla nostra portata. Come noi reagiscono agli eventi, come noi a volte sbagliano, altre no. È lo stesso meccanismo che ci porta a prendercela con la vittima che non denuncia invece che con l’aggressore che sia la mafia, che sia uno stato.

Come si fa allora a riconoscere la responsabilità di chi non si vede? di chi, o cosa, permea talmente tanto la nostra esistenza da esserne essa stessa? siamo dentro una struttura così pervasiva da non riuscire a vederne i contorni. Questo è il capitalismo, un sistema che non prevede più discussioni sulla sua esistenza. E’ un dato di fatto. E’ accettato che la realtà sia questa. Ogni immagine alternativa è stata soppressa.
Ogni giorno conviviamo con una forte pressione, il riconoscimento del nostro valore. Siamo qualcuno grazie al modo in cui siamo inseriti all’interno di questo organismo. Siamo qualcuno nel momento in cui lavoriamo. Ci viene riconosciuto un valore nel momento in cui soddisfiamo dei parametri che non abbiamo scelto noi, che ci vengono imposti dal ritmo della produzione. La nostra qualità viene misurata sulla quantità, quanto abbiamo fatto più di ieri. Saremo bravi quando avremo permesso al sistema di conquistare un pezzo in più di qualcuno o di qualcosa. Eppure esistono dei confini oltre i quali non si può più erodere spazio, esistono delle capacità umane che nulla hanno a che vedere con l’aggiungere guadagno al guadagno. La tensione tra questi limiti naturali e le richieste imprescindibili del sistema produce una pressione che può diventare depressione, che può diventare malattia, che può trasformare una persona qualsiasi in un essere inadeguato. Uno stato non in grado di sostenere il suo popolo in uno dei momenti più cupi e difficili della sua ultima storia è uno stato che si dimostra vittima e carnefice. Uno stato che va in crisi per un fermo delle attività produttive ma non umane è uno stato ingranaggio di un sistema privo di equilibrio, dove la massa si muove per creare agio per una minoranza. Ce la prendiamo con noi stessi e con i nostri vicini, coloro che si vedono dentro lo specchio ma non riusciamo più a vedere lo specchio.

navigammo a vista

ci sono i figli, ci sono le famiglie, i maestri, le professoresse, le partite iva, i fonici, quelli che montano i palchi, le artiste, i tassisti, i piccoli negozi, i grandi negozi nei centri commerciali, quelli che incassavano gli affitti, i lavoratori a cottimo, quelle in nero, i carrozzieri, gli autosaloni, i ristoratori (che mo’ va bene il delivering ma se tutti fanno il delivering nessuno fa il delivering). ci sono le atlete, le palestre, i runners, i ciclisti, migliaia di sportive nelle leghe minori. ci sono i cinema, gli stabilimenti balneari. ci sono i musei, le guide, le agenzie di viaggio, gli operatori turistici, i lavoratori stagionali con contratti stagionali. and so on and on and on. ognuna di queste categorie si sente – giustamente – dimenticata, defraudata, in difficoltà, disorientata, svociata, svuotata, privata di certezze sia economiche che psicologiche. queste categorie sono persone e queste persone formano, insieme, il tessuto organico di un paese. il compito infausto di chi governa quel paese è di tenere in vita TUTTO questo organismo. non di farlo prosperare, perché non è il momento, ma semplicemente tenerlo insieme mettendo dei cerotti, fornendo sussistenza, evitando il collasso. nel farlo riceve le istanze che arrivano da ogni parte e cerca di trovare un equilibrio tra quelle e il principio della tutela della salute delle persone, che nell’oggi è stressato come non mai. spesso sento dire “si naviga a vista” e per fortuna mi rispondo. siamo dentro un’esperienza che non ha precedenti, non esistono informazioni certe, non esistono pratiche che hanno assicurato risultati positivi definitivi. l’unica cosa che sappiamo è che chi non ha navigato a vista ma ha deciso per partito preso, è quasi sempre dovuto tornare sui suoi passi di corsa, invertire la direzione e iniziare a navigare a vista. l’elemento che fa la differenza è se chi tiene il timone riesce a fare meno danni possibili nel leggere la rotta. “non si è parlato della fase 2” e per forza, stanno cercando ancora di capire la fase 1. è da ciò che si è fatto, o non fatto, che nascerà la fase 2. quel fatto o non fatto sta ancora producendo dei risultati, più o meno comprensibili, più o meno accettabili. navigheremo a vista perché è così che si fa quando ci si trova nella tempesta e non esistono percorsi già battuti, e bisogna essere bravi, o il meno dibattista possibile, nel sapersi adattare alle condizioni del momento. perché le azioni produrranno di volta di volta un futuro. ce ne sono diversi davanti a noi, speriamo di navigare verso il migliore. o il meno peggiore.

2020

vogliamo quello. lo vogliamo subito. deve essere pronto. portato davanti alla nostra porta di casa. deve essercene sempre. deve costare poco. quanto? come? non importa. però vogliamo un lavoro. garantito. pagato. datoci. da chi? da qualcuno. il modo c’è. è un diritto. voglio contrattare il dovere. voglio che tu sappia che se ci fermiamo, ogni cosa smetterà di arrivare alla tua porta.

vogliamo esserci. piacere. agli altri. gli altri però esagerano. vogliono esserci un po’ troppo. vogliono piacere un po’ troppo.

voglio insegnarti come si fa. come si scrive. cosa non si dice. a non essere debole. se essere debole non fa notizia.

voglio farvi ridere ma solo con sagacia. solo se autorizzato. no, dai non può piacerti davvero, quella è proprio una cazzata. non voglio essere giudicato. voglio parlare liberamente di tutto quello che non va in lui/lei/egli.

voglio sentirmi. dormire. scegliere di ignorare tutto questo. smettere di aprire scatole di medicine.

vorrei non dover sapere ogni cosa. vorrei che il silenzio non fosse un’uscita forzata. vorrei fosse un rifugio. che non fosse una protezione. vorrei fosse una scelta.

voglio che apri gli occhi. voglio che vedi che siamo solo persone non contenitori. non entra tutto quello che vorresti buttare dentro. non c’è spazio. siamo pieni. tutti.

vorrei che raccontarsi fosse capirsi, non investirsi. altrimenti non ce la faremo.

vorrei non avere paura. voglio distribuire qualche risposta.

vogliamo leggere. annusare. stringere. vorrei non dimenticare.

forse vogliamo troppo? forse non avremo pace. solo troppe correzioni.

La voce a te dovuta

aspetto, passano i treni, il caso, gli sguardi.
ma io non voglio i cieli nuovi.
voglio stare dove sono già stato.
con te, tornare. Quale immensa novità tornare ancora,
ripetere, mai uguale, quello stupore infinito!
e finché tu non verrai, io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni, delle scie.
immobile.

Salinas

settembrare

settembre è un mese sfortunato. è un po’ come il lunedì. non porta mai buone sensazioni. non è colpa sua. lui ci prova a farsi voler bene con la sua natura morbida e i suoi ritorni. non esagera mai.
però con le sue armi caricate a salve non può vincere le percezioni e i fastidi. appena ti volti vedi ancora il mare e senti i profumi di una parentesi. nella mente settembre non apre ma chiude innumerevoli possibilità, fino a ricondurre ad ogni debolezza. in fondo settembre non è altro che uno specchio. negli anni ho imparato a non lasciarmi fregare, ad agosto non mi riprometto più nulla, tanto lo so che ottobre, poi, sarà inevitabile. non farò altro che riprendere da dove lasciato senza alcun fantasioso progetto. il mondo è quello che è, non cambierà grazie al vento tempestoso dei buoni propositi. tanto vale dare una pacca sulle spalle al povero settembre, offrirgli una birra e cercare di fargli capire che non è colpa sua. è agosto che è un gran bastardo.

writing

se c’è una cosa che so fare bene è invidiare. non è facile. non è per tutti perché io so invidiare con eleganza e stile. mi spiego. la mia invidia è con-fondibile con l’ammirazione. mi rispiego. mi capita di restare tanto affascinato da alcune capacità da desiderare di padroneggiarle. mi sono spiegato. credo.

una delle abilità che invidio maggiormente è – rullo di tamburi – il saper scrivere. saper scrivere un libro, non uno status su facebook o un refrain da calamita da frigo. mi prende un forte senso di vertigine solo immaginare la costruzione di una storia da tradurre in parole che diventino pagine. mi riesce difficile capire come si possa dare forma ai personaggi e alle loro relazioni, come dargli sostanza e coerenza, trasformandoli da idea a immagine rappresentata. infine la trama. ragazzi la trama che si sviluppa in mezzo e per mano dei personaggi. tu, autore, puoi anche averla in testa ma stirarla lungo tutta una storia rispettando i tempi dei capitoli è un’altra cosa.

chi scrive va ringraziato, per il lavoro enorme, difficile e per la responsabilità che si prende verso se’ stesso.

black jack

uno dei miei sogni di adolescente era di diventare ricco con una mano di black jack al cesar palace. secondo solo a fare il benzinaio. perché il black jack e non un biglietto di una lotteria? be’ intanto perché è una storia molto più interessante da raccontare poi perché, dai, almeno un po’ di impegno mettiamocelo:

  1. andare al casinò
  2. simulare con dress code e atteggiamento giusto di sapere cosa si stia facendo.
  3. bere cocktail

crescendo ho scoperto che non era un’aspirazione così originale. anzi. la botta di culo che risolve i problemi materiali di una vita, è il desiderio che accompagna molti. in fondo il gioco d’azzardo non è altro che la rappresentazione adrenalinica, iperconcentrata, del destino dell’essere umano. è tutta una questione di fondoschiena, di coincidenze, attimi e ripercussioni spesso – magari non sempre – ingovernabili. non è così? è difficile convincersi del contrario quando vedi diventare decisore delle sorti di una nazione chi, fino a qualche anno prima, sapeva a malapena tenere il conto delle bibite vendute allo stadio. come te la puoi spiegare una cosa del genere? come puoi convivere con una distonia così enorme tra il mazzo che ti sei fatto, nei primi 40 anni della tua vita, e il potere decisionale che si trova tra le mani un uomo flaccido in costume mentre fa il dj, smartphone in mano, facendosi dei selfie? non c’è alcun nesso logico tra ciò che hai imparato sottolineando libri e prendendo appunti, correndo per arrivare puntuale ai tuoi colloqui, lavorando per una paga ridicola con un contratto trappola, e lo spettacolo squallido dell’esaltazione dell’incompetenza che va in onda sulle reti nazionali da mesi. non esiste alcuna spiegazione plausibile se non quella del caos, del caso, della sorte, delle botte di culo diventate paradigma a cui aspirare per davvero, non più illusioni. si perché io avevo quel sogno ma sapevo benissimo quale fosse il suo perimetro e quale fosse la sua sostanza.

a distanza di anni posso darmi del coglione.

quelli che vedete oggi decidere per tutti sono una “mano” perfetta, un bluff riuscito, un tiro che ha sbancato, la realizzazione dell’inconsistenza.

e noi eravamo lì. come loro. abbiamo giocato. abbiamo perso.

capita.

aspettiamo – con ansia – la rivincita.